(…) noi non volevamo abbattere il fascismo per ricreare un Stato ancora più consolidato. La nostra intenzione era di uccidere il fascismo, ma ucciderlo direttamente, per forza del popolo, senza invocare l'aiuto dello Stato, in modo che lo Stato perdesse una sua gran parte di guida, e non uscisse dalla prova rafforzato, ma maggiormente discreditato e indebolito.
Desiderare o peggio voler sopprimere il fascismo per mezzo del governo è come voler dare salute a un malato. Perciò ricercavamo un accordo con le altre forze per un'azione comune avendo ben presente ciò che Malatesta aveva scritto nelle colonne di Umanità Nova sul "Fronte Unico". "La situazione è grave e minacciosa ... Da soli non possiamo abbattere il fascismo e anche meno abbattere le istituzioni. Dunque o unirsi a coloro che, pur non essendo anarchici, hanno comuni con noi gli scopi immediati o lasciare che i fascisti continuino con la complicità del governo a tiranneggiare l'Italia e che Ia monarchia regni indisturbata.
Ma (si dice) nelle alleanze rivoluzionarie si è sempre traditi. È possibile; ma noi preferiamo rischiare di essere traditi dagli altri, anziché tradirci da noi spegnendoci nell'inazione." [N.Malara].
Questo era lo spirito che alimentava l’azione antifascista degli anarchici, ed è per questa ragione che molti non si fermarono e continuarono la lotta anche dopo il 25 aprile 45.
Sicuramente in quei giorni abbiamo gioito per la fine del martirio a cui il popolo d’Italia era stato sottoposto dal nazi-fascismo, che era costato troppo sangue e dolore; L’amarezza e la rabbia per una lotta incompiuta, erano mitigati dalla consapevolezza, e dalla prassi libertaria, che la resistenza non era una lotta di popolo verso l’anarchia.
Tanto si è scritto e detto sulla resistenza, sul suo valore di lotta di liberazione, sul martirio di intere popolazioni, vittime delle rappresaglie nazi-fasciste, sul coraggio di tanti giovani, operai, studenti, insegnanti, che rispondendo ad un atto di libertà, preferirono lottare contro il fascismo, ad armi impari e nelle condizioni più disperate; Ma volutamente la borghesia, la chiesa, i partiti vincenti, il nuovo Stato d’Italia, poco o niente hanno ricordato del contributo dato dagli Anarchici alla lotta di liberazione, alla loro lotta di classe, per una società di liberi è uguali; Non che ci interessi il loro riconoscimento, costatiamo ora come all’ora la veridicità di quanto prevedeva il compagno Malara.
Non vogliamo in questa occasione ignorare quanto fatto da chi non era Anarchico e ha lottato con coraggio e
grande sacrificio per la libertà di tutti, e quanti hanno donato la loro vita ad un sussulto di ribellione contro la
tirannia fascista. Ma coscienti del pericolo di tempi bui e di violenta oppressione e repressione, del nuovo e
vecchio fascismo emergente che si ripresenta con forza nel contesto politico e sociale d’Italia, vogliamo riportare alla memoria la parte della resistenza dimenticata, non si sa mai!!!
La resistenza sconosciuta. Gli anarchici contro il fascismo.
L’opposizione degli anarchici al fascismo è stata istintiva e immediata fin dal primo manifestarsi dei fasci di combattimento. La controversa esperienza degli Arditi del Popolo. Il confino, le carceri, l’esilio, la partecipazione alla rivoluzione spagnola del ’36, la Resistenza armata contro i nazifascisti: queste le tappe principali dell’impegno antifascista libertario.
I rapporti con le altre componenti dell’antifascismo organizzato.
Nel ’20 gli anarchici in Italia erano una forza rivoluzionaria con cui si dovevano fare i conti, una forza con cui dovevano fare i conti padroni, governo e fascisti. Essi avevano un quotidiano, “Umanità Nova”, che tirava cinquantamila copie e numerosi periodici.
L’USI, il sindacato rivoluzionario influenzato dagli anarchici (segretario ne era l’anarchico Armando Borghi), contava centinaia di migliaia di iscritti.
Dopo il fallimento dell’occupazione delle fabbriche, gli anarchici, riconoscendo nel fascismo la “controrivoluzione preventiva” (come la definì bene Luigi Fabbri) con cui i padroni avrebbero cercato di impedire il ripetersi di una situazione prerivoluzionaria, gettarono tutte le loro energie nella mischia contro il
giovane ma già robusto figlio del capitalismo. La volontà ed il coraggio degli anarchici non poteva però bastare di fronte allo squadrismo, potentemente dotato di mezzi e di armi e spalleggiato dagli organi repressivi dello Stato. Tanto più che anarchici ed anarcosindacalisti erano presenti in modo determinante solo in alcune località ed in alcuni settori produttivi.
[http://www.socialismolibertario.it/afascismo3.htm]
"quelli che rimasero" N|NO MALARA; Ferroviere anarchico calabrese, fu attivo fin dal primo dopoguerra nel Sindacato Ferrovieri in Calabria. Per la sua attività sindacale fu licenziato dal servizio nel 1922; fra i primi condannati a Cosenza dal tribunale Speciale come comunista anarchico", subì il confino dal 1926 al '32 e la semiclandestinità fino al 1943. La sollevazione di Cosenza nel 1943 lo vide tra i fondatori del Comitato di Liberazione per il Fronte Unico. Dopo la liberazione riprese I'impegno nel Sindacato Ferrovieri e nel movimento anarchico.
Malara ci descrive in maniera partecipata e scrupolosa la resistenza al fascismo costante e quotidiana di molti che non si arresero, di "quelli che rimasero" in Italia, come amava sottolineare, e svilupparono un'opposizione costante, quotidiana nei posti di lavoro e molto spesso, dopo il 1926, in carcere e al confino.
Il richiamo a nomi e fatti dà modo di rendersi conto che dalla resistenza al fascismo di migliaia di militanti oscuri o conosciuti, dalle loro battaglie quotidiane trasse alimento una rete dì solidarietà che tenne viva la coscienza e rese possibile quel fenomeno di opposizione di massa che fu la Resistenza partigiana. Malara mette in crisi un luogo comune della storiografia della Resistenza che presenta le popolazioni del Sud come
assenti da questa lotta, ricostruendo I'opposizione al dilagare delle squadre fasciste e poi al regime fascista in Calabria, ed evidenzia i legami di solidarietà, gli scambi di esperienze che il confino permise a molte avanguardie politiche e in particolare a quelle anarchiche, presenti tra gli antifascisti in misura maggioritaria nei primi anni del confino, e comunque sempre molto numerosi.
Dei partigiani siciliani raramente si parla, molti dei quali caduti in Alta Italia durante la guerra di liberazione
1943-1945, riportarli alla memoria ha lo scopo di evidenziare il contributo dei siciliani alla Resistenza al fine di sfatare il luogo comune che vuole la Resistenza geograficamente e umanamente delimitata. Al Nord fu fatta, del Nord è l’appartenenza.
Non fu così, o almeno non fu sempre e soltanto così, perché ad essa contribuirono tutti quei militari arruolati nell’esercito regolare, provenienti dalle diverse regioni italiane, che, all’indomani dell’8 settembre, scelsero, consapevolmente o emotivamente, lo sbandamento, favorendo in ogni caso la Resistenza.
2500 circa furono i partigiani siciliani che operarono solo in Piemonte e, allo stato attuale della ricerca, ancora in itinere, di questi 152 caddero, mentre altri 60 si immolarono nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale: Lombardia, Veneto, Friuli, Trentino, Emilia e Romagna, Toscana, Umbria, Lazio relativamente al massacro delle Fosse Ardeatine.
Né Franco né Stalin”.
Nel ricordo di quei giorni, agli Stati, ai suoi governi, ai padroni, al nuovo e vecchio fascismo, alla chiesa, agli autoritari di sinistra, ora come all’ora, con tutta la forza che abbiamo gridiamo ancora «no pasaràn».
70 anni fa, in quei giorni del marzo 1939, dal 4 al 31, moriva la repubblica spagnola sotto i colpi dell'esercito fascista di Franco (con l'appoggio di Germania ed Italia). La rivoluzione era finita tempo prima per la politica del PCE e del governo repubblicano.
Seguì la repressione: dal 1939 al 1944, oltre al milione tra morti, dispersi e mutilati nei tre anni della guerra, vennero assassinate più di 250.000 persone, 80.000 in Galizia, 20.000 a Madrid, 30.000 in Catalogna, 10.000 in Andalusia, 30.000 nelle Asturie, 50.000 in altre località diverse. Nello spazio di pochi giorni il generale Queijo de Llano fece fucilare 12.000 sivigliani; Garcia Valino 25.000 navarresi; a Valladolid 9.000 persone vennero passate per le armi.
ADRIANA DADÀ, che insegna Storia Contemporanea all'Università di Firenze, ricostruisce nell'introduzione le tappe dell'impegno militante antifascista di Malara, alla luce di una ricca documentazione di archivio e di testimonianze dei protagonisti. È autrice, fra l'altro di un volume sul movimento “L’anarchico in ltalia: fra movimento e partito", Milano 1984, e di vari saggi sull'anarchismo.